Archivio Storico

L’Archivio storico diocesano di Oria (Brindisi)
Indirizzo: Piazza Cattedrale, 9
Direttore: Don Daniele Conte
Telefono: 0831845093
E-mail: biblioteca@diocesidioria.it
La Chiesa e gli archivi diocesani
Il primo a raccogliere le poche e un po’ generiche prescrizioni del Concilio di Trento fu Pio V, successore di Pio IV, il pontefice che aveva voluto il Concilio. Egli si occupò degli archivi ecclesiastici a più riprese. Con il breve Inter omnes, del 6 giugno 1566, confermava solennemente ed estendeva alla Chiesa quanto S. Carlo Borromeo aveva prescritto nel Concilio provinciale celebrato a Milano nel 1565 per la provincia metropolita. Tra le altre prescrizioni vi era anche quella che fosse istituito in ogni diocesi, dove ancora mancasse, un archivio episcopale, nel quale si dovevano conservare gli inventari dei beni che a vario titolo facevano capo alle chiese e alle opere della diocesi.
Dagli atti dei concili provinciali, diocesani e dai verbali delle visite pastorali si poteva anche desumere un titolario dei vari archivi, da quello vescovile a quello degli enti ecclesiastici minori.
Secondo S. Carlo Borromeo i documenti erano monimenta, gli strumenti legali che attestavano l’appartenenza di vari beni ad enti ecclesiastici di qualsiasi categoria, e permettevano, quando ce ne fosse stato bisogno, di farne rivendicazione. Inoltre, esisteva la necessità di conservare ben ordinata tutta la documentazione che riguardava l’azione pastorale della Chiesa: amministrazione dei sacramenti, stato religioso delle famiglie negli status animarum, stima dello zelo dei pastori nella rilettura dei decreti o prescrizioni, richiamo ai buoni costumi e alla pratica religiosa dei fedeli.
Nel XVI secolo anche Sisto V si era interessato agli archivi ecclesiastici, emanando vari decreti: infatti, con il breve Regularium personarum, del 20 giugno 1588, ordinava alle congregazioni monastiche di compilare l’inventario di tutti i beni e di inviarne una copia all’archivio della loro casa a Roma. Con la costituzione Sollicitudo pastoralis, del I agosto 1588, aveva ordinato, poi, l’erezione di archivi in tutte le città e località dello Stato pontificio, eccettuate Roma e Bologna. Infine, con il Motu proprio Provida Romani, del 29 aprile 1587, aveva imposto a tutti gli ordinari d’Italia e ai superiori di tutte le case religiose di redigere l’inventario dei loro beni. Nel medesimo documento revocava la prescrizione da lui precedentemente emessa di erigere un archivio generale nell’Urbe con relativo ufficio di archivista generale.
Papa Benedetto XIII (1724-1729) provvide, invece, al recupero e al restauro del patrimonio archivistico e, nel Secondo Concilio provinciale celebrato a Benevento nel 1698, ribadì il suo interesse. Divenuto papa nel 1724, si adoperò alla realizzazione di un Concilio romano, celebrato l’anno seguente. Tra le ordinazioni in esso emanate ve ne fu una in sei capitoli riguardante l’erezione degli archivi diocesani, che indicava la documentazione che vi doveva esser conservata, gli inventari di tutti i beni ecclesiastici dei vari enti della diocesi, le cautele da prendere per la protezione degli archivi al tempo delle sedi vacanti e le pene da infliggere a chi sottraeva documenti. L’obbligo dell’erezione dell’archivio per la conservazione delle proprie carte riguardava tutte le chiese, dalla cattedrale alle collegiate, dalle parrocchiali e a tutti i luoghi pii, ospedali, confraternite e congreghe.
Al decreto emesso nel Concilio faceva seguito, il 14 giugno del 1727, la costituzione di Maxima vigilantia, nella quale si prescriveva agli ordinari tutti, ai capitoli e superiori religiosi in Italia di erigere un proprio archivio e di provvederlo di un archivista. Nella costituzione era annessa in lingua volgare una Istruzione per le scritture da riporsi negli archivi: si sviluppava in sette paragrafi, nei quali si enumeravano tutte le specie di scritture che dovevano essere riposte e conservate nelle varie categorie di archivi.
Gli interventi seguirono poi anche nel XX secolo. Il 30 settembre del 1902 la Segreteria di Stato emanò una circolare con annesso regolamento per la custodia di archivi e biblioteche ecclesiastiche e con suggerimenti pratici sul modo di compilare gli inventari e gli schedari.
Il 12 dicembre del 1907 il cardinale Raffaele Merry del Val, segretario di Stato, diffuse una lettera nella quale si ordinava la costituzione in ogni diocesi di un Commissariato permanente assistito da una commissione di esperti laici ed ecclesiastici per i documenti e monumenti custoditi dal clero. Nel 1917 papa Benedetto XV promulgò il Codice del diritto canonico in cui venivano stabiliti in molti canoni precise prescrizioni sull’archivio diocesano e in particolare sulla conservazione dei libri parrocchiali. La circolare del I novembre 1942 del cardinale Giovanni Mercanti, bibliotecario archivista di S. R. C., rivolta agli ordinari d’Italia, richiedeva, “per augusto incarico del nostro S. Padre Pio XII”, un censimento del patrimonio archivistico e bibliografico sotto la loro giurisdizione, per conoscere la consistenza vera e reale del patrimonio archivistico e bibliografico.
Il 5 aprile 1955 venne istituita da papa Pio XII la Pontificia Commissione permanente per gli archivi ecclesiastici d’Italia, con il compito di prestare assistenza e collaborazione agli ordinari e ai superiori degli istituti religiosi per studiare e accertare quanto occorreva fare nei singoli casi, accettare i provvedimenti necessari e curarne l’esecuzione. Essa era alle dipendenze immediate del cardinale archivista e del prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano e ne facevano parte vari dignitari della curia romana. Nel 1960 papa Giovanni XXIII modificò la composizione della Commissione, che eresse in persona morale.
Il 28 giugno 1988, la Pontificia Commissione per la Conservazione del patrimonio artistico e storico presso la Congregazione del clero è stata riformata per volontà di Giovanni Paolo II in Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, con un’autonomia propria. Inoltre, il pontefice nella Costituzione Apostolica Pastora bonus (28 giugno 1988), dichiarava autoritariamente che “tra i beni storici ci hanno particolare importanza tutti i documenti e strumenti giuridici, che riguardano e attestano la cura e la vita pastorale, nonché i diritti e le obbligazioni delle diocesi, delle parrocchie, delle chiese e delle altre persone giuridiche istituite nella Chiesa”. Infatti, l’importanza ecclesiale della trasmissione del patrimonio documentario era ed è vista come momento della tradizione, come memoria dell’evangelizzazione, come strumento pastorale.
Archivio Storico Diocesano di Oria
La memoria storica della diocesi e del territorio che ne fa parte è custodita nell’Archivio Storico Diocesano. Si tratta di una istituzione di primaria importanza e unica. Purtroppo per l’incuria, per la collocazione non idonea negli anni passati (ambienti umidi) e non ultimo per il trasferimento in altre sedi, molti documenti sono stati dispersi creando lacune nella loro continuità. Esiste una prima anche se parziale inventariazione di massima dei documenti. Attualmente tutti i fondi archivistici (per un totale di 2386 faldoni, 47 registri e 40 cartelle) sono collocati in un’unica sala con una catalogazione generale che facilita il reperimento dei documenti, ma resta molto da fare per la descrizione di ognuno di essi. I faldoni sono stati personalizzati con fascette riscritte per argomento e rinumerati per fondi in modo da dare unitarietà all’insieme. Esiste un fondo di pergamene sciolte (n. 85), di varie epoche e argomenti, ma all’interno dei faldoni ne sono stimate alcune altre centinaia (circa seicento) riguardanti rescritti, grazie, concessioni ed altro, inserite nel carteggio apposito.
Le varie serie custodite all’interno dell’Archivio sono:
  1. Patrimoni sacri
  2. Beneficialia
  3. Acta civilia e acta criminalia
  4. Acta matrimonialia
  5. Monasteri, conventi, santuari, monti di pietà e ospedale
  6. Secolarizzazioni
  7. Visite pastorali
  8. Bollario
  9. Mensa
  10. Seminario
  11. Congreghe e confraternite
  12. Contabilità e cause del capitolo di Oria
All’interno dell’archivio è inoltre conservata documentazione inerente all’Azione Cattolica ed altre associazioni e movimenti cattolici.
Potenzialità degli Archivi ecclesiastici
Alla luce di quanto analizzato fin qui è evidente come un archivio sufficientemente ordinato possa fornire un notevole aiuto ad uno studioso per ricostruire gli aspetti principali di una diocesi o di un gruppo di diocesi. Ad esempio, per stabilire la cifra dei nati, dei morti, la loro età, l’indice di natalità, la mortalità infantile, l’età media della vita, il numero e la percentuale degli illegittimi in una data epoca. Si potrebbe controllare il movimento ascendente o discendente, cioè l’incremento o la flessione della popolazione totale, la prevalenza delle donne sugli uomini, l’età del matrimonio, la composizione delle famiglie. E’ possibile, inoltre, cogliere i cognomi più frequenti in una località (indizio probabile di matrimoni fra compaesani, di una tendenza a stringersi in gruppo, forse ad isolarsi); i cognomi frequenti in località vicine (indizio di maggiore apertura ad altri gruppi); la forte diversità di cognomi all’interno di un gruppo (indizio dei rapporti più vasti); o ancora come la popolazione del capoluogo (comune, provincia, regione) sia spesso atipica rispetto a quella dei centri isolati.
Dai registri matrimoniali risulta poi la persistenza dell’analfabetismo, dai benefici o dagli assensi la consistenza patrimoniale delle diocesi, delle parrocchie, delle comunità religiose. Infine, gli statuti ivi conservati, editi e inediti, mostrano non solo il fine specifico delle singole confraternite, ma anche la devozione tipica di ciascuna di esse e il relativo patrimonio.
Oltre all’aspetto demografico ovviamente c’è quello urbanistico, storico, geografico, religioso, sociale che senza il supporto delle fonti ecclesiastiche avrebbero lacune improponibili visto che la documentazione definita laica per la Diocesi di Oria inizia con i protocolli notarili del Cinquecento, il catasto conciario del Settecento e il Genio Civile dell’Ottocento.
Certo i dati archivistici non presentano un quadro completo, sia per una sorta di manipolazione delle informazioni da parte degli autori per il timore dell’uso da farne, sia perché alcuni anni risultano incompleti o addirittura mancanti.


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