Le visite pastorali come fonte documentaria

Gabriele De Rosa, principale promotore dello studio delle visite pastorali, ha messo in evidenza in più interventi, “il senso sociale della visita, la sua caratteristica di fondo di inchiesta reale sullo stato della chiesa, del suo patrimonio, della sua anagrafe spirituale, dell’atteggiamento del clero e del popolo dei devoti nel rapporto con l’istituzione ecclesiastica”.
La consuetudine antica di visitare i sacri limini era pressoché cessata agli inizi del Cinquecento. Il 20 dicembre 1585 Sisto V con la costituzione del Romanus Pontifex riferendosi a ciò che ab antiquissimis temporibus statum erat et per multos aetates observantum, stabilì che tutti i patriarchi, primati, arcivescovi e vescovi, prima della loro convocazione o dopo, in occasione della consegna del pallio e del trasferimento in un’altra sede episcopale, dovessero impegnarsi con giuramento a visitare i limina SS. apostolorum Petri et Pauli.
Contemporaneamente alle visite, che erano obbligatorie ogni tre, quattro, cinque o dieci anni a seconda della distanza della diocesi da Roma, i vescovi dovevano fare una relazione sullo stato delle loro chiese. Prima del Concilio di Trento furono compiute visite nelle diocesi pugliesi, ma solo di alcune si conservano integralmente gli atti, migliore è invece lo stato di quelle relative ai decenni immediatamente seguenti la conclusione del tridentino. Fu di certo il Concilio che aprì l’era moderna delle visite pastorali e dei sinodi diocesani facendone obbligo ai vescovi di compierle periodicamente. L’asse conciliare aveva imposto ai vescovi di visitare la diocesi per se o mediante vicari, ma aveva anche prescritto che nei casi degli esenti, i vescovi avrebbero dovuto fare appello anche ad un’autorità maggiore della propria autorità ordinaria, cioè di quella apostolica.
Prima di celebrare la visita che si divideva in personale (alle persone), reale (res, alle cose), locale (ad loca, ai luoghi), il vescovo doveva dar vita nella fase preparatoria ad alcuni atti fondamentali: ubicazione dell’editto generale, lettera del vicario ai diversi parroci e gli atti che avvisavano gli interessati sull’imminenza della visita.
Nelle visite del Cinquecento e del Seicento i vescovi erano più prolissi, più dettagliati ed anche le risposte e gli interrogatori erano verbalizzati istantaneamente alla comparsa dei vari responsabili convocati. Nel Settecento però, per abbreviare le procedure, si concesse ai parroci di preparare le risposte in precedenza. Tra le molte domande rivolte ai parroci un primo filone tematico ricercava la connotazione giuridica e materiale della struttura parrocchiale per cui si chiedeva circa i benefici, la popolazione che costituiva la parrocchia divisa in persone da comunione (sopra i 12 anni) e in piccoli, circa la presenza di oratori pubblici e privati ed infine le chiese campestri con i diritti relativi. Quindi vi era un secondo filone che riguardava più direttamente la vita religiosa con le domande sul culto, sulla consacrazione della chiesa, sulle indulgenze, sui legati testamentari e le mansionerie, sulla predicazione e sulla catechesi, sulle devozioni e le pratiche festive, sull’andamento delle confraternite, sulle frequenze del popolo alla chiesa e sulla sua condotta. Un terzo filone era teso ad esaminare la vita delle persone, e soprattutto la vita del parroco, del clero e dei semplici sospettati di cattiva condotta. Veniva indagata l’obbedienza al precetto della residenza, lo zelo pastorale verso i malati e i moribondi, l’osservanza delle norme canoniche, la serietà amministrativa nel reggere la parrocchia. Si rivolgevano inoltre le domande sul matrimonio e gli inconfessi, cioè sui renitenti al precetto pasquale annuale che doveva essere assolto in parrocchia e sui superstiziosi. Al termine della visita il vescovo rilasciava i decreti generali e particolari, in actu visitatinis, in maggior parte preparati fin dalle prime battute del soggiorno.
Valore delle Visite pastorali come documentazione storica
Fin dal primo decennio del Novecento insorse un’accesa polemica tra lo Schmidlin ed il Loserth circa il valore delle visite pastorali come materiale documentario. Infatti mentre il primo fu condotto ad esagerarne l’integrità, il secondo rilevandone i notevoli limiti, le sminuì eccessivamente. Michel Vovelle invece ha preferito inserire questa documentazione tra le fonti “non innocenti” della religiosità, volendo con ciò dire che le visite pastorali non si limitano a fornire solo i “dati” della pratica, ma diventano portatrici di un discorso. Infatti i testi della visita lasciano spesso intravedere, attraverso l’elencazione dei rifiuti e delle condanne da parte del vescovo, le resistenze mentali del clero. Le chiese, infatti, nel XVII e XVIII secolo non erano luoghi di silenzio, ma tutto vi convergeva: le ire, le mode, i mercati.
Secondo il Ventura era probabile che durante le visite operassero due gruppi distinti: uno diretto dal vescovo che controllava le condizioni in cui si trovavano le chiese, lo stato di conservazione degli arredi sacri, i sistemi di riscossione e amministrazione delle rendite, la formazione spirituale e culturale dei sacerdoti. Il secondo gruppo, invece guidato dal vicario generale, costituiva il tribunale inquisitorio che interrogava i testimoni e infatti si faceva obbligo agli ecclesiastici di non allontanarsi per nessun motivo senza autorizzazione dalla propria residenza fino a che non si fosse conclusa la visita.
Lucio Bonora d’accordo con Gabriele De Rosa insiste più volte nella consapevolezza della “non innocenza delle visite pastorali come fonte documentaria”, essendo primamente espressione del punto di vista dell’autorità religiosa anche perché i vescovi erano autori stessi delle relazioni dirette ai loro superiori per cui è necessario ricorrere ad altre fonti integrative quali i processi canonici, i carteggi, gli atti dei nunzi, i registri parrocchiali, se si volesse giungere ad una ricostruzione più completa.

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